da L'Osservatore Romano, 15-16 giugno 2009
Leonardo, il Codice Windsor e la vita dell'uomo
non ancora nato
Ma ci voleva un genio per chiamarlo bambino ?
di Carlo Bellieni
"Il putto dentro a la matrice ha tre
panniculi che lo circondano. Et tutte se coniungino con lo umbelico il quale è
composto da vene". Sono le parole che Leonardo da Vinci scriveva a margine dei
suoi bozzetti anatomici, ora raccolti nel Codice Windsor, di cui ricorre il
cinquecentesimo anniversario (1509-2009). Sono disegni stupendi che mostrano le
fattezze del feto, e ne descrivono la fisiologia come mai fatto prima. Ne
descrivono anche certe caratteristiche psicologiche, precorrendo l'evidenza
scientifica di secoli: "Una medesima anima governa questi due corpi; e li
desideri e le paure e i dolori sono comuni sì a essa creatura come a tutti li
altri membri animati. E di qui nasce che la cosa desiderata dalla madre sono
trovate scolpite in quelle membra del figliolo. E una subita paura ammazza la
madre e il figliolo".
Come non vedere in queste parole quanto la moderna
psicologia ha accertato sull'imprinting prenatale dei sentimenti? E di come
processi depressivi materni in gravidanza possano restare impressi nel figlio a
distanza di anni ?
Quello che colpisce di queste note è anche un altro punto
molto attuale: non vi compare mai la parola "feto". Parlando del figlio,
Leonardo usa solo il termine "putto", alternandolo con "figliolo". Questo
suggerisce una considerazione: da quando si è iniziato a usare un termine
specifico - feto - per indicare il figlio non ancora nato? Sembra strano, ma una
distinzione netta è veramente recente.
Nel corso dei secoli i termini
bambino e feto erano spesso intercambiabili, pur usandosi "feto" per lo più a
indicare lo stato pre-natale. Ritroviamo in testi settecenteschi espressioni
come "La madre somministra al feto quei sieri che conserva nel seno e questi
tirati dal feto servono al medesimo da purgante" (Francesco Valle, Opera
d'Ostetricia, Firenze, 1792) e nel Satyricon di Petronio leggiamo: querulae
fetus suis, hostia lactens ("vittima ancora lattante, il feto della querula
scrofa").
Il termine "feto" deriva infatti da una radice indoeuropea che
significa "succhiare" e la parola fetus in epoca romana significava esattamente
"frutto" oppure "progenie": nec ulla aetate uberior oratorum fetus fuit ("più
dovizioso che in alcun'altra epoca il frutto di oratori fu"), scriveva Cicerone
(Brutus, v); e Catullo indicava come dulces musarum fetus i figli delle muse,
cioè le poesie (Carmen lxv, Ad Hortalum).
Insomma, i romani non usavano il
termine feto solo per indicare il bambino nascituro, perché sapevano bene che il
figlio non ancora nato era un puer: Puer an puella matris esset in ventre ("Che
un bimbo o una bimba fosse nel ventre") scriveva Marziale (Epigrammi, xi), per
non parlare poi dei riferimenti biblici - "Appena la voce del tuo saluto è
giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo" (Luca,
1, 40). Anche certe tracce nel linguaggio moderno ci testimoniano questo: il
termine fawn in inglese - come l'analogo faon in francese - significa
"cucciolo", ovvero "cerbiatto", e deriva proprio dalla parola fetus, attraverso
una sua deriva del termine tardolatino feto (-onis) di ugual significato.
Addirittura era tale la coscienza in epoca romana che il figlio non ancora
nato fosse un bambino che già allora poteva essere abilitato a ereditare dal
padre premorto; e che, in caso di agonia materna, godeva del diritto di essere
estratto dal ventre con intervento chirurgico in base alla lex Regia - poi
denominata lex Caesarea, onde il termine di parto cesareo.
Eppure a un certo
punto della storia, si è deciso di usare i termini in modo restrittivo: "feto"
solo per il figlio non ancora nato, e "bambino" dal parto in poi. Ma cosa cambia
fisiologicamente col parto? In realtà ben poco: entra l'aria nei polmoni, si
chiudono dei piccoli circuiti nel cuore, e si stacca la placenta. Ma la luce già
in parte filtrava agli occhi attraverso l'utero teso, il bambino dentro l'utero
già sentiva i suoni, già si succhiava il pollice, aveva il singhiozzo, aveva un
cuore ottimamente funzionante, un cervello che elaborava le sensazioni e
addirittura sognava, e sentiva - se stimolato - il dolore.
Dunque alla
nascita cambia ben poco. Allora perché usare in modo così stigmatizzante il
termine "feto", quasi a significare che prima e dopo il parto si parla di due
entità distinte?
E, si badi bene, che si tratta di un termine particolare:
in primo luogo non ha un maschile e un femminile, cioè la connotazione sessuale
che individua la persona; poi ricorda semanticamente delle parole spiacevoli,
quali "difetto", "fetore", "feticcio": l'ideale per significare un'entità
aliena. In francese e in inglese si assiste addirittura a una comparsa del
dittongo oe (foetus) che non era presente in latino, quasi a dare una
scientificità e dunque una reificazione al termine.
D'altronde anche il
termine "embrione" ha subìto un destino simile, dato che in origine più che una
parola era una specie di aggettivo che vuol dire "che fiorisce dentro"
(en-brýein), il cui soggetto, evidentemente è "il bambino", in Omero "giovane
animale".
Certo, se si pensa che "embrione" è il figlio fino all'ottava
settimana di sviluppo e che a quel livello già è presente il battito del cuore e
i primi movimenti, ben si capisce quanto questo possa essere imbarazzante per
chi usa l'embrione umano come materiale da ricerca. Nel 2005, la rivista
"Nature" in un editoriale bacchettò i biologi che a un importante congresso
proponevano di non usare più la parola "embrione", perché sostenevano che
"suscitava emozioni troppo forti". Far sparire il termine embrione, continuava
la rivista, "semmai esporrà gli scienziati all'accusa di tentare di prendere le
distanze dai difficili problemi morali, cambiando i termini del dibattito".
Certi brutti termini, lo sappiamo, servono a dividere e ad accentuare delle
diversità; a sottolineare delle differenze di diritti, laddove non ci sono
oggettive e scientifiche ragioni per un diverso trattamento: basta chiamare
un'etnia con un termine dispregiativo per condizionare il modo di guardare a
essa e trattarla.
Lo stesso avviene col termine "feto", una parola che
significa "cucciolo", cosa aderentissima all'evidenza scientifica, ma che oggi
finisce col significare un'entità "non-ancora-persona", dunque con connotato
nettamente negativo, tanto da far dimenticare spesso che stiamo parlando di un
bambino; di uno di noi. Non si tratta di rivoluzionare il vocabolario, ma di
riprendere a chiamare le cose col loro nome, di chiamare "bambino" un bambino,
seppur non ancora nato; perché nel nome che diamo sta il giudizio che ne
abbiamo; proprio come 500 anni fa insegnava Leonardo da Vinci, padre della
scienza moderna, maestro della ricerca sulla vita dell'uomo non ancora nato.
© L'Osservatore Romano