Da Il Foglio 29
dicembre 2009
Evoluzionismo un
corno
Studiare la storia del biologo Jacques Monod è un
modo per capire perché le teorie darwiniste (soprattutto sul caso) non reggono
proprio più
di Roberto Volpi
Il caso non è un soggetto
semplice e, soprattutto, non è un’entità univoca. Dire che il determinato evento
o fenomeno si è prodotto per caso non basta affatto a fornirci le coordinate
epistemologiche di quell’evento o fenomeno. I biologi evoluzionisti, che pure
hanno tanti meriti, dovrebbero meglio rendersi conto di questa semplice verità,
per fare i conti fino in fondo con l’eredità loro lasciata da Jacques Monod nel
suo fondamentale lavoro “Il caso e la necessità”. Perché Jacques Monod,
straordinario biologo, non aveva una visione lucida del caso e della
probabilità, cosicché, paradossalmente, il suo principale assunto si rivela a
lungo andare claudicante, in quanto attribuisce al caso quel carattere assoluto
e invariante che invece non ha. Cosa afferma, in estrema sintesi Monod? Che c’è
un evento iniziale, nella riproduzione sessuata invariante, che spinge in avanti
il processo evolutivo. Che questo evento, consistente in piccole mutazioni
genetiche, si produce a caso. Che queste mutazioni entrano a far parte
dell’invarianza riproduttiva, e dunque si trasmettono alle generazioni
successive a patto che apportino un vantaggio adattativo, altrimenti finiranno
per perdersi. Che il giudizio sul vantaggio adattativo è formulato dalla
selezione naturale che tradurrà le mutazioni favorevoli in maggiore capacità
riproduttiva da parte dei portatori – ovvero in un aumento della teleonomia, la
capacità di trasmettere alle generazioni successive prestazioni e qualità delle
generazioni precedenti.
Sussistono ben pochi dubbi che questo schema sia
a tutti gli effetti quello che opera realmente in natura. Con una precisazione
essenziale, però, che Monod non fa e che non fanno i biologi evoluzionisti che
si sono misurati col suo pensiero: le piccole mutazioni genetiche si produrranno
certamente a caso ma i loro effetti sono, diversamente da quelli prodotti dal
caso allo stato puro, talmente poco casuali che tendono, proprio per questa
a-casualità, a condizionare sempre di più l’operato stesso del caso, che finisce
così per essere a sua volta sempre meno casuale. Vediamo di spiegarci. E si
prenda l’esempio dell’apparato fonatorio umano. Una identica mutazione casuale
può risultare del tutto improduttiva o sommamente utile, dipende dal “terreno”
su cui cade. Homo è stato beneficiato da mutazioni che perfezionavano il suo
apparato fonatorio, ma soltanto in quanto un tale perfezionamento poteva essere
messo a frutto e valorizzato dalla stazione eretta. Niente stazione eretta
niente valorizzazione, nessun vantaggio. Per quel che ne sappiamo mutazioni
analoghe possono essersi prodotte più volte negli stessi primati, è anzi
pressoché certo che si siano prodotte, salvo che tra di loro non hanno sortito
effetti perché la loro stazione non consentiva che quelle mutazioni potessero
attecchire ed esser messe a frutto. Ma questo equivale a dire che non c’è un
“caso” così dispoticamente padrone della scena evolutiva come si supporrebbe, e
come del resto ci è stato insegnato dall’evoluzionismo. L’azione del caso è
sottoposta a vincoli e condizionamenti e in questo senso non è pienamente
casuale. Questi vincoli e condizionamenti, d’altro canto, aumentano quanto più
aumenta la “complessità totale” del panorama dei viventi. L’aumento della
complessità del mondo vivente vincola il caso, in qualche modo lo direziona, lo
distorce, perfino. Se, per ipotesi, si arrivasse a toccare il massimo livello
possibile di complessità e adattabilità totali del mondo vivente, l’azione del
caso non avrebbe più modo di esplicarsi, giacché essa tende, attraverso il
filtro della selezione naturale, ad aggiungere adattabilità, compatibilmente con
la complessità raggiunta e raggiungibile da parte delle singole forme di vita.
Per dirla in parole forse fin troppo semplici: è alquanto più agevole scrivere
su una lavagna pulita, sgombra, che non su una che sia stata riempita di una
distesa di formule matematiche come a volte se ne vedono nei film. Il caso è il
caso, ma anche la lavagna è la lavagna e la lavagna della vita, mano a mano che
si riempie, costringe il caso a essere sempre meno casuale, ancor più negli
effetti ch’è capace di produrre.
Non c’è un caso soltanto, qui è il
punto. E il caso che c’è nella riproduzione, nella evoluzione della vita, è il
caso meno casuale che sia dato conoscere. La pallina della roulette riparte per
così dire da zero a ogni nuovo giro, così come ogni mano di carte a scopone
scientifico come al poker è sempre una nuova mano; ed è la stessa cosa per il
lotto e l’enalotto, per la lotteria nazionale di capodanno come per quella
pasquale del barista sotto casa che ha come primo premio, ogni anno, un uovo di
cioccolata così gigantesco da non sapere che farne. La lavagna, per continuare
l’analogia, in tutti questi esempi non si riempie mai per la buona ragione che a
ogni giro, mano, colpo, estrazione, partita viene cancellato il risultato
precedente, cosicché essa è sempre perfettamente sgombra, in attesa di un nuovo
risultato che, una volta arrivato e scritto, non potrà che essere cancellato a
sua volta dal risultato successivo, e così via. Su lavagne come queste il caso
ha campo libero e può operare del tutto casualmente. Ma solo su lavagne come
queste, che però hanno poco da spartire con la lavagna dell’evoluzione della
vita e dei viventi. Perché questa lavagna, diversamente, non viene “mai” o quasi
mai cancellata, ed è per questo motivo che il caso, per quanto possa prodursi
proprio a caso, com’è nella riproduzione sessuata, non sortisce effetti davvero
casuali, bensì condizionati in misura crescente da tutto quello che sta già
scritto sulla lavagna. Ciò equivale a dire che il caso finisce per avere sempre
meno possibilità d’azione, sempre meno spazio reale (siamo nel campo della
probabilità subordinata o bayesiana, dal nome del suo inventore, e non della
probabilità oggettiva che per così dire misura il puro effetto del caso). Fino a
quando la lavagna non sarà piena e il caso non avrà più alcuno spazio, alcun
modo di operare. Non è molto realistico supporre che la lavagna arriverà a
riempiersi del tutto, a maggior ragione in quanto sul palcoscenico della vita si
sono avute e si possono sempre avere distruzioni immani di complessità e
variabilità che sulle macerie del passato lentamente ricreano disponibilità di
posti e ambienti, aprendo così possibilità evolutive ad altre forme di vita
(puliscono la lavagna, in certo qual modo, per quanto cruento esso sia). Ma ciò
non impedisce a quello straordinario fattore evolutivo che è e resta il caso di
risultare sempre più subordinato, nei suoi effetti concreti, al livello già
raggiunto dalla complessità. E siccome questo livello tocca col sapiens moderno
una vetta assoluta e capace di intervenire, mutandoli e ridisegnandoli, sugli
ambienti e su ogni nicchia ecologica ovunque dislocata, ecco che mai come oggi
si può sostenere che il caso stia cedendo capacità e intensità evolutiva proprio
a quest’ultimo, al sapiens moderno.
In effetti il caso è costretto ormai
a operare in presenza di un diverso ma a sua volta potente fattore selettivo/
evolutivo rappresentato dall’uomo e dal complesso delle sue attività e azioni.
Un fattore nient’affatto casuale e che si interpone con forza crescente (e
speriamo con crescente consapevolezza) tra la sempre più problematica capacità
del caso di apportare “mutazione potenzialmente evolutiva” da un lato e gli
ambienti entro i quali questa mutazione deve essere vagliata dalla selezione
naturale dall’altro. La comparsa e l’evoluzione di Homo, e segnatamente di
sapiens, e del sapiens moderno in modo particolarissimo, rappresentano così il
più formidabile vincolo mai apparso all’azione evolutiva del caso. E ciò a
maggior ragione in quanto Homo ha ormai intercettato – si ricordi – tutta quanta
la casualità che gli necessitava affinché, arrivando dov’è arrivato,
l’evoluzione culturale gli consentisse di affrancarsi dalla biologia e dalla
stessa casualità. Cosicché si può ben dire che sapiens affianca oggi, per mano
sua, con il suo operato, una selezione generalmente culturale a quella naturale
e biologica della selezione naturale. La selezione naturale non è più, neppure
essa, come già il caso, padrona assoluta del campo.
Ma c’è anche un altro
punto, sempre a proposito di selezione naturale, di necessità, che deve essere
riconsiderato. Questa necessità, come sappiamo, è di un ordine del tutto
generale che Richard C. Lewontin nel suo “Biologia come ideologia” descrive
così: “Egli (Darwin) sostenne che c’era una lotta universale per la
sopravvivenza perché nasceva un numero di organismi superiore a quelli che
potevano sopravvivere e riprodursi e che, nel corso di questa lotta per la
sopravvivenza, gli organismi che erano più efficienti, meglio progettati, più
abili, e in generale meglio costruiti per la lotta, avrebbero lasciato più prole
che non i tipi inferiori. Il cambiamento evolutivo si verificava in conseguenza
di questa vittoria nella lotta per la sopravvivenza”.
La lotta per la
sopravvivenza cui si rifà Darwin è direttamente mutuata dalle idee di Thomas
Malthus e dal suo “principio di popolazione”, secondo il quale mentre la
produzione di risorse cresce in progressione aritmetica la popolazione aumenta,
se lasciata libera di farlo, secondo una progressione geometrica ben più
accelerata di quella aritmetica, cosicché si avrà sempre una lotta all’ultimo
sangue degli individui tra di loro per cercare di accaparrarsi le perennemente
insufficienti risorse, e in questa lotta finirà sempre per spuntarla chi è
meglio attrezzato e ha per così dire le spalle più solide e
coperte.
Chiunque abbia letto Darwin sa che egli colloca la lotta per la
sopravvivenza in un universo che si è già ben distaccato dal muro rappresentato
dalla complessità così modesta del batterio, ovvero dal muro
dell’unicellularità. L’unicellularità in certo senso non è che il primo passo
verso la complessità (e la molteplicità, la variabilità), quello che prepara la
strada alla complessità. Un primo passo lunghissimo, e lentissimo da compiersi,
ma proporzionato alla qualità e all’ampiezza del salto dalla semplicità nella
complessità. Beninteso: forse la vita, da qualche parte dell’universo – semmai
ce n’è di vita nell’universo, e non è detto affatto che ce ne sia, specialmente
in forme complesse – può non farcela a discostarsi dal muro rappresentato dalla
semplicità del batterio; ma in questa eventualità non c’è chi non veda come,
specialmente se rapportata allo sviluppo che ha avuto sul nostro pianeta, questa
sua semplicità rappresenti ad un tempo, per così dire, la realizzazione e la
conclusione, per non dire proprio la tomba, della vita stessa. La vita è infatti
un po’ come uno stadio di calcio che ha bisogno di riempirsi ogni domenica per
giustificare la sua funzione, la sua stessa esistenza. Anche la vita, per non
smentire se stessa, per non tornare indietro fino a schiacciarsi contro il muro
biologico che la separa dalla non vita, ha bisogno di riempirsi di vita come uno
stadio di spettatori, ovvero di complessità, molteplicità, variabilità. La
complessità, essendoci le condizioni affinché lo stadio della vita si riempisse,
è stata a un tempo la sua fortuna e il suo compimento, il suo caso e la sua
necessità. Paradossalmente, non c’erano alternative, una volta che la semplicità
del batterio aveva colonizzato la terra e la biosfera, strutturando una
molteplicità di ambienti che potevano ospitarla, alla complessità.
Ma in
quest’ottica dei “posti liberi” esistenti nello stadio della vita e che non
potevano non esistere per far posto alla complessità, forse non è neppure così
rispondente al vero l’immagine di una guerra di tutti contro tutti, ciascun
organismo in lotta contro tutti gli altri per occupare e ampliare il suo spazio,
la sua nicchia, le sue possibilità e potenzialità riproduttive che Darwin trasse
direttamente da Malthus. La necessità della lotta per la sopravvivenza di cui
parla Darwin è sostanzialmente quella di un mondo vivente già straordinariamente
affollato di complessità. La complessità si è aperta il varco nel mare della
semplicità batterica non soltanto grazie alle condizioni ecologiche create dagli
stessi batteri nel lunghissimo periodo di tre miliardi di anni, ma anche grazie
alla cosiddetta legge dei rendimenti crescenti, formulata per primo
dall’economista Brian Arthur. Questa legge, in quanto nata nel seno
dell’economia, è riferita dal suo autore alla sfera economica. Ma qualcosa di
molto importante è capace di suggerisci anche e proprio a proposito del perché,
della ragione e del successo, della complessità. L’interrogativo dell’economista
Brian Arthur è del tipo: “Perché le aziende ad alta tecnologia” si sono
“azzuffate per trovare un posto nella Silicon Valley attorno a Stanford,
piuttosto che ad Ann Arbor o a Berkeley?”. La risposta è la più semplice e
decisiva al tempo stesso, in quanto va ben al di là dello specifico economico.
“Perché in quel luogo c’era già un buon numero di società ad alta tecnologia. A
chi ha sarà dato”. A un certo punto si producono degli addensamenti, dei veri e
propri poli di grande complessità – industriali e produttivi, in questo caso –
semplicemente perché qualcuno ha cominciato a fare, con successo, qualcosa in un
determinato ambiente. Non per altro. Chiaro che se questo qualcuno non avesse
avuto successo nessuno lo avrebbe seguito o, per bene che andasse, solo qualche
altro intemerato ci avrebbe riprovato molto tempo dopo, quando giusto il tempo
avesse cancellato anche il ricordo di quello sfortunato precedente. Ma il
successo crea l’emulazione e quest’ultima finisce per ampliare a dismisura le
dimensioni del primo. Ciò è vero sempre e comunque, in economia come in
biologia, nel gioco del calcio come sul palcoscenico dell’evoluzione. Questa
legge dei rendimenti crescenti, che a un certo punto ha cominciato a premiare
proprio la complessità grazie al successo ottenuto da qualche forma di vita più
complessa di altre, e che può aver dato luogo a una vera e propria corsa alla
complessità biologica simile alla corsa produttivo-tecnologica che ha portato
gli uomini a compiere negli ultimi cinquant’anni un cammino più lungo di tutta
quanta la storia precedente (un Cambriano tecnologico anziché biologico, in
fondo), comporta ben più un allargamento di possibilità che non un loro
restringimento, un dare piuttosto che un togliere opportunità e occasioni, pur
se tutto ciò sembra – ma non lo è – in opposizione allo spirito stesso di questa
legge di provenienza evangelica: a chi ha sarà dato. Il punto è che in molti, in
moltissimi possono avere, e non in pochi. Non sussistono dubbi, visto l’esito
ch’è sotto gli occhi di tutti, sul fatto che deve esserci stato un periodo,
quello dello sviluppo della complessità e della molteplicità delle forme di
vita, in cui a molti, a moltissimi organismi viventi è stato dato, e che quindi
hanno potuto affinarsi e affermarsi più in una sorta, se si può dir così, di
interazione reciproca che non nella lotta per vicendevoli annientamenti. Il
darwinismo, e l’evoluzionismo tout court, sembrano entrare in qualche difficoltà
se considerati in rapporto non tanto con la complessità in sé quanto piuttosto
con la sua spropositata affermazione, con l’affermazione della varietà, del
moltiplicarsi ininterrotto e brulicante delle diverse, le più lontane e le più
differenziate tra di loro, eppure tutte coabitanti e in qualche modo
interagenti, forme di vita. Un trionfo di queste dimensioni della complessità e
della varietà, infatti, non si concilia fino in fondo con il principio di una
spietata e ininterrotta lotta di ciascuno contro tutti. Se questa lotta fosse
stata in atto sin dall’origine con la spietatezza che le viene comunemente
attribuita la molteplicità non avrebbe potuto attecchire, non almeno nella
misura in cui invece lo ha fatto, sarebbe stata contrastata e risospinta
indietro di continuo da quella stessa spietatezza che non tollera contendenti e
che, se appena può, toglie di mezzo, leva dal mondo, esclude dalla vita – anzi,
per dirla con Malthus, “dal banchetto della vita”. Mentre invece abbiamo
assistito a un’inclusione, piuttosto che a un’esclusione, di forme di vita. Il
successo non effimero delle singole forme di vita e della loro molteplicità,
questo è il punto, è la costante dell’evoluzione in quanto, come abbiamo detto,
c’è, in linea generale, il posto e – essendoci il posto – non tutto è lotta
all’ultimo sangue né tra gli individui di una stessa specie né tra individui di
specie diverse. Come dire, insomma, che il caso non è così casuale e la
selezione naturale non così compiutamente selettiva come ce li hanno descritti e
come continuano a descriverceli biologi evolutivi, paleontologi, genetisti e
varia umanità scientifica più o meno rigorosamente darwinista-monodiana e al
fondo malthusiana.