“Io
mi vedo come un fanciullo che gioca sulla riva del mare, e di tanto
in tanto si diverte a scoprire un ciottolo più levigato o una
conchiglia più bella del consueto, mentre davanti a me si stende
inesplorato l'immenso oceano della verità”
Un
oceano che non si può solamente analizzare e quantificare, ma al
quale è anche necessario “dare un senso”, perché “nella
nostra relazione con il mondo”, ci muoviamo sempre su due linee di
ricerca: “la ricerca di intellegibilità e la ricerca di
significato”.
La
prima, spiega P. Funes è “ricerca della migliore spiegazione”,
ovvero “ricerca scientifica”.
La
seconda è “ricerca di significato dell'esistenza umana”, ed è
la “ricerca esistenziale, o filosofica”.
Perché
se la scienza può dirci che il Big Bang “è la migliore
spiegazione possibile, dal momento che dimostra i dati scientifici in
modo semplice”, e può spiegarci ad esempio “perché viviamo in
una galassia a disco e non in una galassia ellittica”, sono invece
“la ricerca religiosa e filosofica” che portano a chiederci:
“perché esiste un universo con miliardi di galassie ? Perché le
galassie sono così belle ?”
Scienza,
filosofia e religione non sono quindi in opposizione, ma
complementari e in possibile armonia.
Se
infatti è giusto dire, “in quanto dato scientifico”, che “siamo
polvere di stelle”, dalle quali deriva la nostra origine, questa
affermazione rimanda però immediatamente a un altro aspetto,
filosofico e religioso: la domanda di senso, la domanda di uno o più
possibili “perché”.
Sono
la filosofia e la religione che ci spingono a cercare “la
spiegazione e il significato di un universo che genera degli esseri
che cercano la verità, creano bellezza e lottano per il bene e per
la giustizia, che hanno un senso morale e creano comunità”
O
a comprendere “quale spiegazione e senso abbia un universo in cui
degli esseri viventi soffrono e muoiono”.
Non
vi è quindi dicotomia né opposizione tra scienza e fede, ma
complementarietà, anzi, suggerisce P. Funes, una possibile
“simbiosi”.
E
anche se “da parte di alcuni media vi è un messaggio che ci vuole
mostrare la Chiesa contraria alle scienze e tesa addirittura ad
ostacolare lo sviluppo scientifico”, viene concretamente
contraddetto dalle stesse attività della Specola Vaticana e della
Chiesa, dall'interesse di Papa Benedetto XVI e dei suoi collaboratori
(tra cui il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone e il
Cancelliere della Accademia Pontificia delle Scienze, Mons. Marcelo
Sanchez Sorondo) per l'Anno Internazionale dell'Astronomia, per la
ricerca scientifica, per il possibile dialogo tra fede e ragione.
P.
Funes, rispondendo anche a una domanda di P. Rafael Pascual, Decano
della facoltà di Filosofia e Direttore del Master in Scienza e Fede,
ha così voluto ricordare alcune delle iniziative per l'Anno
Internazionale dell'Astronomia, tra cui un successivo incontro che ha
visto la partecipazione dei più importanti astronomi ed astrofisici,
la settimana di studi dedicata all'astrobiologia, la Mostra sugli
antichi strumenti astronomici allestita dalla Specola con i Musei
Vaticani.
Questo,
ha spiegato, è stato “un anno molto intenso e impegnativo”, che
gli ha però anche dato “l'opportunità di parlare a diversi
pubblici: giovani delle superiori, fedeli nelle parrocchie, religiosi
e religiose.”
Tornando
alla relazione tra scienza e fede, oggetto della seconda parte della
conferenza, ha poi riaffermato la necessità di comprendere, come
scriveva Papa Giovanni Paolo II nell'Enciclica Fides
et Ratio, che “fede e ragione sono come due ali con le
quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della
verità”.
O,
come afferma il Card. Carlo M. Martini nella Cattedra dei non
credenti, “scienza e fede sono due esercizi dello spirito.
L'esercizio della scienza (o ragione) e quello della fede ci rendono
più umani.”
Sono
poi seguite domande di studenti e docenti intervenuti all'evento, e
una riflessione di P. Rafael Pascual LC, il quale ha osservato come
“noi esseri umani, malgrado siamo così piccoli in questo pianeta
che in confronto all'universo non è nemmeno un granello di sabbia,
siamo però in grado di conoscere l'immensità dell'universo”. Una
caratteristica che ci mostra e dimostra “la trascendenza
dell'uomo”, che può “fare dell'universo l'oggetto della sua
conoscenza”.
E
“certamente – ha concluso - se in futuro si arriverà a scoprire
vita intelligente in altri luoghi, questa nuova realtà sarebbe “una
autentica sfida per i teologi, ai quali porrebbe “una domanda alla
quale sarebbe necessario dare una risposta”.
In
chiusura dell'evento, P. Funes ha voluto sottolineare come sia non
solo necessario comprendere “come integrare la scienza e la fede,
la scienza e la teologia” ma come questo rappresenti, per la
Pastorale della Chiesa Cattolica, “una grande sfida” e allo
stesso tempo il rischio “di perdere una grande opportunità”.