da L'Osservatore
Romano, 12 dicembre 2009)
Anche la bruttezza (non la bruttura) può salvare il mondo
di
Gianfranco Ravasi
"Il Signore vi parlò dal fuoco. Voce di parole voi
ascoltavate. Nessuna figura voi vedevate: era solo una voce" (Deuteronomio, 4,
12). "Se un pagano viene e ti dice: Mostrami la tua fede! (...) tu portalo in
chiesa e mostra a lui la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei
sacri quadri" (Giovanni Damasceno, PG, 95, 325). Sono questi i due estremi
antitetici di uno spettro cromatico ideale. Esso si apre col gelido precetto
aniconico del Decalogo che, sia pure per evidente apologetica anti-idolatrica,
aveva intimato l'arresto all'arte sacra d'Israele: "Non ti farai idolo né
immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla
terra né di quanto è nelle acque sotto la terra" (Esodo, 20, 4). Ma si è alla
fine giunti all'immenso patrimonio artistico cristiano, a cui faceva cenno il
cantore delle icone, san Giovanni Damasceno.
L'arte è, allora, la
narrazione visiva dell'esperienza dell'incontro con un volto, una parola,
un'immagine veramente visibile perché incarnata. San Paolo andrà anche oltre,
completando cristologicamente e cristianamente la dottrina dell'"immagine-icona"
di Dio sviluppata dal passo di Genesi, 1, 27. Infatti, egli afferma che i
cristiani, come figli adottivi di Dio, sono "predestinati a essere conformi
all'immagine (eikòn) del Figlio suo, primogenito tra molti fratelli" (Romani, 8,
29). Il cristiano è, di conseguenza, immagine dell'immagine di Dio e l'arte è
l'icona dell'immagine dell'immagine, perché attraverso i vari volti umani essa
ricompone il volto di Cristo che è impronta del volto divino. Alla fine, come
affermava Macario il Grande nella sua prima Omelia, "l'anima che è stata
pienamente illuminata dalla bellezza indicibile della gloria luminosa del volto
di Cristo, è ricolma dello Spirito Santo (...) è tutta occhio, tutta luce, tutta
volto" (PG, 34, 451).
In conclusione vorremmo riservare solo un cenno a una
domanda forse ingenua ma affascinante: è possibile dire qualcosa di più sul
volto di Dio, attraverso l'Incarnazione, così che l'arte abbia qualche canone
figurativo? Il paradosso è nel fatto che i Vangeli non ci hanno lasciato neppure
un rigo sul profilo fisico di Gesù di Nazaret, neppure il "pittore" (stando alla
tradizione) Luca. Le principali strade imboccate dalla cultura cristiana sono
state due e antitetiche. Eppure entrambe hanno una loro verità. Da un lato, a
partire dal III secolo i Padri della Chiesa hanno infranto quel silenzio visivo
e hanno immaginato un viso sgraziato di Cristo fondandosi sulla sua sofferenza
redentrice, sulla sua passione e morte e sulla rilettura cristologica del
celebre passo isaiano del quarto canto del Servo del Signore: "Non ha apparenza
né bellezza per attrarre il nostro sguardo, non splendore per poterne godere"
(53, 1). Lapidario era stato Origene: "Gesù era piccolo, sgraziato, simile a
un uomo da nulla".
È un po' sorprendente, ma a questo punto dovremmo dire
che anche la bruttezza (non la bruttura) può salvare il mondo, capovolgendo il
celebre e citatissimo asserto di Dostoevskij. La logica dell'Incarnazione
comprende anche la sofferenza di Dio, il corpo martoriato, i posteriora Dei,
come Lutero osava definire il profilo del Cristo crocifisso. Un volto, quindi,
che riflette i visi rigati di lacrime dei fratelli e delle sorelle del
"primogenito tra molti fratelli". In questo senso c'è un "brutto" nobile che
parla di Dio e che impedisce ogni kitsch devozionale, ogni estetismo
trionfalistico, ogni ottimismo di maniera. Tuttavia, bisogna riconoscere che
l'approdo ultimo della vita di Cristo non ha come data il Venerdì Santo, bensì
"la domenica della vita", per usare liberamente una locuzione hegeliana, ossia
l'alba di Pasqua che è per eccellenza il definitivo "giorno del Signore"
(Apocalisse, 1, 10). Non per nulla la Prima Lettera di Giovanni definisce Dio
come Luce (1, 5).
Si è, così, aperta un'altra strada figurativa che i Padri
della Chiesa, a partire dal IV secolo, hanno esaltato fino a farla prevalere
nella tradizione artistica successiva. Sulla base dell'estetismo greco-romano
classico, attingendo spesso alla stessa tipologia figurativa delle divinità
pagane o dei filosofi dell'antichità, si è proposto un Dio bello e radioso, un
Cristo apollineo, irraggiante luce come il sole, incarnazione di un altro passo
sottoposto a rilettura allegorico-messianica, il Salmo 45, 3: "Tu sei il più
bello tra i figli dell'uomo". E nonostante sant'Agostino ripetesse che "noi
ignoriamo totalmente quale fosse il volto" reale di Cristo, fu questa l'immagine
divina vincente, ribadita in mille e mille ritratti stupendi dei tanti secoli
dell'arte cristiana, ma anche nella pletora delle stucchevoli oleografie.
In
realtà, entrambi questi itinerari iconografici hanno un loro valore per
raffigurare il Dio biblico che è, sì, trascendente e luce, ma è anche Emmanuele,
pronto a incamminarsi sui percorsi della storia e a giungere nel cuore
dell'umanità col Figlio suo fatto uomo. In questa prospettiva diventa
emblematica la sintesi operata dalle varie raffigurazioni del Pantokràtor poste
nelle absidi delle grandi basiliche antiche: il Cristo trionfante e glorioso
appare in tutto lo splendore della sua bellezza, ma reca ben visibili in sé
ancora tutte le stimmate sanguinanti della sua passione. Dio invisibile e
visibile, trascendente e vicino, glorioso e sofferente. Ecco, l'arte, che non ha
come compito solo di presentare il fenomenico ma il mistero sotteso (l'Inconnu,
come diceva il poeta francese Laforgue), quando si fa religiosa, deve sempre
cercare di unire in un modo armonico l'Infinito e la carne, l'Eterno e la
storia, il Figlio di Dio che è Gesù di Nazaret.
© L'Osservatore
Romano