da L'Osservatore Romano - 12 dicembre 2009)
L'incarnazione, la modernità e la grammatica dell'uomo
È in corso a
Roma il convegno "Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto" organizzato
dal comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana.
Dagli interventi di venerdì 11 pubblichiamo una sintesi della relazione del
cardinale patriarca di Venezia e, in basso, stralci di quella pronunciata
dall'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
di Angelo Scola
La fede cristiana sa che l'unica possibilità
di narrare Iddio si trova nell'ascolto di quanto Egli ha voluto liberamente
comunicarci. E la comunicazione diretta dell'Invisibile ha un nome proprio, è
una persona vivente: Gesù Cristo, l'Interprete di Dio. Il Vangelo di Giovanni
dice fin dall'inizio a chiare lettere: "Dio, nessuno lo ha mai visto: il
Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato"
(Giovanni, 1, 18).
In Gesù, morto e risorto, Dio ci viene incontro in
quanto Dio. Hans Urs von Balthasar ricorda che "il Dio che si immanentizza
con Gesù Cristo nel mondo non si può, a partire da quest'ultimo, né costruire
(Hegel), né postulare (Baio). Viene esperito come pura "grazia" (Giovanni, 1,
14.16.17)". L'umanità singolare del Figlio di Dio ha reso escatologicamente
presente Dio stesso nella storia attraverso la testimonianza dello Spirito Santo
che apre a ogni uomo, in modo personale, l'accesso al rapporto fra il Figlio e
il Padre. È così che, alla luce della vita, passione, morte e risurrezione del
Figlio incarnato si possono reperire, anche oggi, i "tratti inconfondibili"
della presenza di Dio operante nella storia o almeno gli "indizi" per cui tutti
possono avere notitia di Dio.
L'espressione di Balthasar è molto ardita:
"Dio (...) viene esperito". Come è possibile che Dio venga esperito? Il teologo
basilese scioglie il nodo in questi termini: "Il Verbo incarnato "è venuto
nella sua proprietà" (1, 11), dunque non va semplicemente in terra straniera
(come dice Karl Barth), bensì in un Paese di cui conosce la lingua: non
soltanto l'aramaico galileo, ma più a fondo la lingua della creatura in quanto
tale. La logica della creatura non è straniera alla logica di Dio (...) Gesù non
è una verità immaginata, ma è la pura verità, perché egli presenta nella forma
mondana la spiegazione adeguata di Dio, il Padre". E qui Balthasar aggiunge una
notazione importante: "Gesù non ha avuto bisogno (per questa spiegazione) delle
imagines Trinitatis l'essere mondano come tale, la sua realtà quotidiana gliene
offriva più che abbastanza".
Dio parla di sé all'uomo "abbreviandosi nel
Verbo incarnato" (Verbum abbreviatum, Origene d'Alessandria).
Per dire Dio
occorre approfondire la grammatica di questa lingua della creatura assunta dal
Verbo incarnato. Grammatica che riesce a narrarci il Divino. Così il fedele sarà
in grado di confessarlo come il suo Signore e Dio, e ogni uomo, anche non
credente, lo potrà riconoscere nei termini indicati da Paolo nella Lettera ai
Romani (Romano Guardini).
La perenne grammatica dell'umano cui abbiamo fatto
riferimento attesta anzitutto l'integralità e l'elementarità dell'esperienza
umana, cioè la sua indistruttibile semplicità. Come dice Karol Wojtyla in
Persona e atto, "questa esperienza nella sua sostanziale semplicità supera
qualunque incommensurabilità e qualunque complessità".
In ossequio alla
convinzione dogmatica della fede cattolica la creazione, pur ferita dal peccato
originale, non si è mai corrotta fino a perdere i suoi tratti essenziali; e mai
si potrà corrompere completamente. Dio, dopo il peccato originale, non ha
"scaricato" né il mondo né gli uomini.
Perciò l'occhio del credente sarà
sempre attento a riconoscere e indagare i tratti tipici dell'esperienza umana
che nella sua originaria semplicità costituisce la prima narrazione di Dio al
"fratello uomo". Tale esperienza universale identifica la nostra condizione
creaturale così come Dio l'ha voluta e conservata pur nel suo indebolimento per
il peccato. La sua permanenza è, di per se stessa, "testimonianza
epistemologica" a Dio.
Qual è il contenuto sostanziale di questa
testimonianza? La ragione stessa, con la sua capacità trascendentale di ospitare
il reale intelligibile, in un nesso inscindibile con il dinamismo desiderante e
insieme libero della volontà.
Questa è, dunque, l'esperienza umana integrale
ed elementare colta nella sua radicalità.
La grammatica della lingua in cui
comunicano il Verbo incarnato e la creatura ha però altre articolazioni
essenziali. Tra queste bisogna soffermarsi sulle tre polarità costitutive
dell'unità duale dell'io. Mi riferisco al dato antropologico essenziale che vede
l'uomo uno nella dualità di anima-corpo, di uomo-donna e di individuo-società.
Anche attraverso questo dato antropologico Dio narra Se stesso e ancor più si
lascia narrare nell'incontro con il "testimone fedele" (cfr. Apocalisse, 1, 5;
3, 14), Gesù Cristo, in cui queste polarità - segnate da un insopprimibile
elemento di tensione drammatica perché mettono in gioco la libertà del singolo -
trovano adeguata stabilizzazione.
Non si tratta, sia ben chiaro, di un
annullamento della tensione propria di tali polarità, né di un suo superamento
attraverso una impossibile sintesi superiore. Cristo scioglie l'enigma uomo ma
non pre-decide il dramma del singolo (Hans Urs von Balthasar).
Ancora una
volta nella manifestazione della corrispondenza, per grazia, tra l'esperienza
umana nella sua semplicità originaria e l'avvenimento dell'autocomunicazione
salvifica del Dio Trinità in Gesù Cristo, si illumina il percorso di tutti gli
uomini. Così, per esempio, nelle strabilianti scoperte della fisica, della
biologia e delle neuroscienze a proposito della corporeità e della psichicità
umana sarà sempre riconoscibile la dimensione spirituale costitutiva
dell'humanum. Il valore educativo della differenza sessuale, a sua volta,
permetterà di far luce sull'importanza dell'altro e sulla sua incatturabilità;
mentre nella "relazione di riconoscimento" (Francesco Botturi) risulterà più
evidente il valore della socialità umana accompagnata dalla comprensione che il
vero essere è relazione sostanziale con l'altro e moto di allontanamento da sé
(Pavel Florenskij).
All'interno di queste relazioni buone il "linguaggio
mondano" in cui si è abbreviato il Verbo incarnato risuona inoltre in modo
inconfondibile nel dono dell'unità e della misericordia, tracce storicamente
rilevabili della caritas di Dio nei confronti degli uomini. Il peccato, con il
suo seguito di morte, sofferenza e dolore, ha l'inconfondibile marchio della
divisione fino alla scomposizione. Il male separa e distrugge, rompe, come ha
mostrato la storia del XX secolo con le sue tragiche utopie che hanno portato il
buio dell'eclissi di Dio al suo grado più tenebroso (Benedetto XVI). È perciò
decisivo identificare la sostanza squisitamente divina del perdono e della
misericordia, fonte unica dell'unità della persona e dell'unità fra coloro che
prima erano divisi.
Analogatum princeps resta sempre il gesto di Gesù Cristo
che sulla Croce offre Se stesso al Padre, nell'unità dello Spirito Santo, per
riconciliare il mondo con Dio. La nuova Alleanza, nel sangue di Gesù, riconferma
la prima Alleanza di Dio con i patriarchi, con Mosè, e la porta a definitivo
compimento. Dall'interno di questo infinito gesto di misericordia, di cui il
Nuovo Testamento non è che la documentazione e l'annuncio, parlano i segni che
la rendono presente: dal Crocifisso fino all'azione del memoriale eucaristico
(e degli altri sacramenti) e ai gesti di testimonianza vissuta nei diversi
ambiti dell'umana esistenza. Nel perdono efficace dei peccati degli uomini si
può ritrovare l'unità perduta a cui tutti gli uomini in vario modo anelano, come
vediamo nelle multiformi espressioni culturali e artistiche di ogni civiltà.
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