da L'Osservatore Romano - 9-10
dicembre 2009
Occhio alla metafisica travestita da scienza
di Giorgio
Israel
È perfettamente comprensibile che i passati tumultuosi rapporti
tra scienza e fede - in buona sostanza il "caso Galileo" - inducano alla
prudenza e al desiderio di non aprire nuovi conflitti e anzi di stabilire un
terreno di concordia. Ma spesso si dimentica che quei conflitti furono tali
soprattutto per motivi d'intolleranza nei confronti del libero pensiero, mentre,
nella sostanza, le posizioni di fondo che si confrontavano erano perfettamente
legittime.
Il timore che nascano nuove accuse d'intolleranza - nel contesto
dell'ostilità diffusa in occidente nei confronti del "proprio" pensiero
religioso - non può però indurre ad accettare come "verità scientifiche"
indiscutibili, da prendere per buone come tali e da "conciliare" con la fede,
quelle che sono soltanto credenze metafisiche contrabbandate come fatti
oggettivi sperimentalmente accertati.
Le neuroscienze contemporanee hanno
aperto terreni nuovi di ricerca e permettono di approfondire tanti aspetti del
funzionamento del cervello prima inaccessibili e di descrivere, in prima
approssimazione, ciò che accade nel cervello quando si pensa. Ma è assolutamente
arbitrario sostenere che le neuroscienze stiano chiarendo - o addirittura
abbiano chiarito - la formazione del pensiero e abbiano dissolto il concetto
"metafisico-teologico" di anima in quello oggettivo-naturalistico di
mente-cervello.
Al contrario, la transizione senza soluzione di continuità
dalle neuroscienze alle neurofilosofie, facendo credere che le seconde siano la
logica conseguenza delle prime, è indebita e rappresenta un modo inelegante di
far passare per verità oggettive basate sul metodo sperimentale una vecchia
metafisica materialistica che ha le sue origini nella rilettura unilaterale del
cartesianesimo da parte di Lamettrie, d'Holbach, Cabanis, Hélvetius e altri. Non
a caso, anche i riduzionisti più radicali ma attenti a un approccio serio, come
Jean-Pierre Changeux, si guardano dal ricorrere a terminologie del tipo "il
cervello pensa", ammettendo con Paul Ricoeur trattarsi di un vero e proprio
ossimoro.
Sono ancor oggi perfettamente appropriate le parole scritte quasi
un secolo fa da Henri Bergson: "È comprensibile che degli scienziati che
filosofeggiano oggi sulla relazione tra fisico e psichico si schierino con
l'ipotesi parallelista: i metafisici non hanno fornito loro nient'altro.
Ammetto pure che preferiscano la dottrina parallelista a tutte quelle che si
potrebbero ottenere con lo stesso metodo di costruzione a priori: trovano in
questa filosofia un incoraggiamento ad andare avanti.
Ma se qualcuno di loro
ci verrà a dire che questa è scienza, che è l'esperienza che ci rivela un
parallelismo rigoroso e completo tra vita cerebrale e mentale, ah no!, lo
fermeremo e gli risponderemo: potete senz'altro, voi scienziati, sostenere
questa tesi, come la sostiene il metafisico, ma non è più lo scienziato che
parla in voi, è il metafisico. Ci restituite semplicemente quel che vi abbiamo
prestato.
La dottrina che ci offrite la conosciamo: esce dalle nostre
botteghe, siamo noi filosofi ad averla fabbricata; ed è merce vecchia, molto
vecchia. Non per questo vale di meno, ma neppure per questo è migliore. Datela
per quel che è, e non fatela passare per un risultato della scienza, per una
teoria modellata sui fatti e capace di rimodellarsi su di essi: una dottrina
che ha potuto assumere, prima che si sviluppasse la nostra fisiologia e la
nostra psicologia, la forma perfetta e definitiva in cui si riconosce una
"costruzione metafisica".
Una lettura intellettualmente libera delle
ricerche e dei risultati delle neuroscienze contemporanee deve saper discernere
criticamente i risultati oggettivi dalle indebite estrapolazioni metafisiche.
Tanto per fare un solo esempio, la dimostrazione di Changeux che, mentre una
persona acquisisce l'idea che due forme geometriche diversamente poste sono
congruenti mediante una rotazione, lo stesso fenomeno geometrico accade in
ambito neuronale, è di grande interesse ma non costituisce - come si pretende -
una dimostrazione dell'ipotesi parallelista mediante la descrizione di come si
producano nel cervello le rappresentazioni.
Difatti, la rappresentazione
scelta è del tutto particolare e la "dimostrazione" non contraddice, anzi è
coerente con l'idea bergsoniana che gli stati cerebrali descrivano soltanto gli
aspetti locomotori dell'attività mentale. Si conferma la difficoltà di
descrivere la formazione di pensieri non riconducibili a fenomeni
spazio-temporali rappresentabili nei termini della spazio-temporalità
matematica. Né alcuno sa indicare come superarla se non attraverso la semplice
affermazione apodittica della riducibilità di ogni aspetto della realtà a
relazioni quantitative. Ma questa è una mera ipotesi metafisica.
Il punto è
che non appena si accetta l'ideologia naturalistica, non vi è più "dialogo": la
conciliazione tra scienza e fede avviene per sparizione del secondo
"dialogante". Nessun pensiero religioso vivo può convivere con il naturalismo,
che ne costituisce la negazione radicale.
Il naturalismo ha come progetto la
riduzione del pensiero e dell'anima a mere manifestazioni di processi
fisico-chimici. Entro questa riduzione i temi della libertà, della finalità,
della morale si dissolvono.
Ma - ripeto - opporsi risolutamente al
naturalismo non significa opporsi alla scienza. Al contrario. Significa opporsi
a qualcos'altro: alla pretesa ontologica, ovvero di costruire una scienza
oggettiva dell'essere. Questa filosofia si è impantanata nella diatriba tra
dualismo e monismo che non poteva non condurre al prevalere di quest'ultimo in
versione materialistica: ne fa testo la facilità con cui il cartesianesimo è
stato riletto in chiave materialistica e, come tale, è stato sussunto a
filosofia fondativa della scienza.
Chi ha a cuore i temi che sono al centro
dell'esperienza e del pensiero religiosi non dovrebbe dialogare con le
neurofilosofie, bensì, da un lato guardare alla scienza (alla neuroscienza) nei
precisi confini in cui essa ha un valore indiscutibile e, dall'altro, dialogare
(e far dialogare la teologia) con le filosofie che hanno tentato nel corso del
Novecento di superare le aporie dei grandi sistemi ontologici. Penso in
particolare a filosofi come Bergson e Husserl che hanno affrontato questo
obbiettivo, in modi assai diversi ma con una preoccupazione comune, come ha ben
messo in luce Emmanuel Lévinas.
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