da L'Osservatore Romano, 12 novembre 2009
Alleniamoci alle domande fondamentali
di Mauro
Piacenza, Arcivescovo titolare di Vittoriana, Segretario della Congregazione
per il Clero
"Fede e ragione, in reciproco dialogo, vibrano di gioia quando
sono entrambe animate dalla ricerca dell'intima unione con Dio - scrive il servo
di Dio Giovanni Paolo II nell'incipit dell'enciclica Fides et ratio - Quando
l'amore vivifica la dimensione orante della teologia, la conoscenza, acquisita
dalla ragione, si allarga. La verità è ricercata con umiltà, accolta con stupore
e gratitudine: in una parola, la conoscenza cresce solo se ama la verità.
L'amore diventa intelligenza e la teologia autentica sapienza del cuore, che
orienta e sostiene la fede e la vita dei credenti".
La Fides et ratio - è
bene ricordarlo sempre - rappresenta uno dei momenti "alti" del magistero del
servo di Dio Giovanni Paolo II e della Chiesa tutta. In un tornante storico che
pare aver smarrito la limpidezza del giudizio circa la capacità stessa dell'uomo
di conoscere il reale, di giungere alla verità, conformando la propria esistenza
alla verità incontrata e conosciuta, il Pontefice, di venerata memoria,
richiamava con vigore la Chiesa tutta, e con essa l'umanità, a un vibrato
recupero delle reali potenzialità della ragione umana, creata da Dio e,
comunque, capace di relazionarsi con la realtà, conoscendola davvero.
Il
problema fondamentale, posto con vigore dall'enciclica, e per necessaria
conseguenza di enorme rilevanza nella formazione iniziale e permanente del
Clero, è quello della Verità.
Indicando il superamento della "prigionia
delle interpretazioni", propria della mentalità storica, anzi storicistica, che
ha invaso la cultura occidentale e che ha visto il ripiegamento della ragione su
se stessa, la Fides et ratio è un'enciclica di straordinaria modernità, anzi
potremmo dire che il suo insegnamento è ancora davanti a noi, come cammino
tracciato, come meta da perseguire sempre, come la necessaria ricerca della
insostituibile complementarità tra fede e ragione.
Nell'enciclica si invita,
con tanta decisione, a rompere le barriere erette dall'eclettismo, dallo
storicismo, dallo scientismo, dal pragmatismo, dal nichilismo e anche a non
abbandonarsi a una forma di postmodernità, che sfocia in un decadente
compiacimento nella stessa negatività, come rinuncia a ogni senso e sceglie di
accontentarsi del provvisorio e dell'effimero.
Chi pone il problema della
verità è oggi - come accennato - necessariamente rimandato al problema delle
culture e della loro reciproca apertura.
Alla pretesa di universalità del
cristianesimo, che si fonda sull'universalità della verità, e sull'unicità
dell'incarnazione del Verbo, si contrappone, oggi, facilmente, la relatività
delle culture. Praticamente la missione cristiana, in una tale concezione, non
avrebbe diffuso la verità concernente tutti gli uomini, ma avrebbe "sottomesso"
le altre culture alla propria cultura europea e così distrutto la ricchezza
delle culture sviluppate dai singoli popoli. La missione appare così come uno
dei grandi peccati dell'Europa, come la forma originaria di colonialismo, e
quindi praticamente di alienazione culturale degli altri popoli.
Questo tipo
di concezione è alla radice dell'autodissolvimento culturale al quale l'Europa
rischia di andare incontro, se non riscoprirà le proprie radici culturali
cristiane. Autodissolvimento già ampiamente segnalato dal cardinale Ratzinger
nel libro Senza radici (Mondadori, 2005), e ribadito nel testo L'Europa di
Benedetto nella crisi delle culture (Cantagalli, 2006).
L'enciclica, dicevo,
desidera restituire all'uomo il coraggio della verità, incoraggiare nuovamente
la ragione all'avventura della ricerca della verità e quindi superare
l'approccio storico, cioè un approccio proprio degli studiosi del mondo
occidentale in cui l'unico problema che con sicurezza non si porrà mai è quello
della verità di ciò che si è letto. La "comprensione storica" in effetti esclude
la questione della verità e una scientificità così esercitata diviene
immunizzazione nei confronti della verità.
La questione della verità, le
domande che la filosofia, in senso classico e originario, ha espresso
riguardano, invece, la questione dell'essere dell'uomo, all'interno di culture
che si sono autosuperate (ebraica, greca) per aprirsi ed entrare nella vastità
della verità comune a tutti.
Quindi è espressa nell'enciclica una
circolarità tra fede e filosofia. L'enciclica - ha detto Ratzinger nel 1998 -
"la intende nel senso che la teologia ha come punto di partenza sempre la Parola
di Dio, ma poiché questa Parola è verità, la collocherà sempre in relazione con
la ricerca umana della verità, con l'impegno della ragione per la verità e così
nel dialogo con la filosofia. La ricerca della verità da parte del credente si
realizza così in un movimento, nel quale ascolto della Parola divenuta storia e
ricerca della ragione si incontrano continuamente".
Una tale premessa indica
già chiaramente come la Fides et ratio sia fondamentale nella formazione dei
sacerdoti: lo studio della filosofia prima e poi della teologia, intese non
come astrazioni, ma come confronto con le esigenze ed evidenze originarie
dell'uomo, porterà i seminaristi prima, e i sacerdoti poi, soprattutto in quanto
uomini razionali, a far riemergere nel proprio cuore le domande fondamentali
dell'essere, a liberarle da impostazioni parziali e censorie, proprie della
nostra cultura (razionalismo, relativismo, nichilismo), e a dare risposte
ragionevoli a esse, adeguate alla realtà del nostro tempo, risposte che più
saranno adeguate al cuore, più potranno essere risposta e proposta per le
persone che quotidianamente incontrano i sacerdoti nel loro ministero pastorale.
La Fides et ratio quindi offre un metodo di lavoro da perseguire nella
formazione sia iniziale sia permanente; è necessario ormai rendere le ragioni
della propria fede, lo stupore di fronte al Mistero di Gesù Cristo interroga e
non si possono eludere le domande che emergono; non è possibile soffocarle,
relativizzarle, catalogarle come appartenenti a un mondo pre-critico.
La
formazione sacerdotale non può in alcun caso non assumere, nella dovuta alta
considerazione, le domande dell'uomo, non soltanto come premesse al "discorso
teologico" ma come vera e propria condizione permanente dell'esistenza. Tutti i
fratelli che non incontreremo con le "nostre" risposte, potremo certamente
incontrarli con le "nostre" domande!
Mettere da parte questo aspetto
irrinunciabile dell'uomo, che costituisce la formazione e l'educazione del
soggetto in quanto tale, dotato di un cuore pronto alla domanda di senso, che
emerge dalla realtà, e di una ragione che, nel rispondervi, intuisce il limite
stesso che la costituisce e si apre al trascendente, significherebbe non
cogliere la grande opportunità che perfino certo relativismo contemporaneo
rappresenta: opportunità umana, perché il relativismo è umanamente invivibile,
e perciò opportunità pastorale, nella possibilità di mostrare all'uomo un nuovo
orizzonte.
Sappiamo come "Le vie per raggiungere la verità rimangono
molteplici". Ma ciò che i Padri a differenza del pagano Simmaco non misero mai
in dubbio è che "ciascuna di queste vie può essere percorsa, purché conduca alla
meta finale, ossia alla rivelazione di Gesù Cristo".
E proprio qui risiede
l'originale, perenne magistero dei Padri circa il rapporto fede-ragione. "Essi
accolsero in pieno la ragione aperta all'assoluto e in essa innestarono la
ricchezza proveniente dalla Rivelazione (...) Dinanzi alle filosofie, i Padri
non ebbero tuttavia timore di riconoscere tanto gli elementi comuni quanto le
diversità che esse presentavano rispetto alla Rivelazione" (Fides et ratio,
41).
© L'Osservatore Romano