Il Papa ha inviato all'arcivescovo Rino
Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, un messaggio in
occasione del convegno "Dal telescopio di Galileo alla cosmologia evolutiva.
Scienza, Filosofia e teologia in dialogo" che si è aperto lunedì 30 novembre e
si chiuderà mercoledì 2 dicembre. Pubblichiamo il testo del messaggio e, in
basso, ampi stralci della relazione tenuta dall'arcivescovo Gianfranco Ravasi,
presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
Al Venerato
Fratello
Mons. Rino Fisichella
Rettore Magnifico della Pontificia
Università Lateranense
Sono lieto di rivolgere il mio saluto a tutti i
partecipanti al Congresso internazionale sul tema Dal telescopio di Galileo alla
cosmologia evolutiva. Scienza, Filosofia e Teologia in dialogo. Lo porgo in modo
particolare a Lei, Venerato Fratello, che si è fatto promotore di questo
importante momento di riflessione, nel contesto dell'"Anno Internazionale
dell'Astronomia", per celebrare il quarto centenario della scoperta del
telescopio. Il mio pensiero va anche al Prof. Nicola Cabibbo, Presidente della
Pontificia Accademia delle Scienze, che ha collaborato nella preparazione della
presente Assise. Saluto cordialmente le personalità venute da diversi Paesi del
mondo, che, con la loro presenza, qualificano queste giornate di studio.
Quando si apre il Sidereus nuncius e si leggono le prime
espressioni di Galileo, traspare subito la meraviglia dello scienziato pisano
dinanzi a quanto lui stesso aveva compiuto: "Grandi cose - egli scrive - in
questo breve trattato propongo all'osservazione e alla contemplazione degli
studiosi della natura. Grandi, dico, sia per l'eccellenza della materia in se
stessa, sia per la novità mai udita nei secoli, sia anche per lo strumento
attraverso il quale queste stesse cose si sono manifestate al nostro senso"
(Galileo Galilei, Sidereus nuncius, 1610, tr. P.A. Giustini, Lateran University
Press 2009, p. 89). Era l'anno 1609 quando Galileo puntò per la prima volta
verso il cielo uno strumento "da me escogitato - come scriverà - illuminandomi
prima la grazia divina": il telescopio. Quanto si presentò al suo sguardo è
facile immaginarlo; la meraviglia si trasformò in emozione e questa in
entusiasmo che gli fece scrivere: "Grande cosa è certamente aggiungere
all'immensa moltitudine delle stelle fisse, che con la naturale facoltà visiva
si sono potute scorgere fino ad oggi, altre innumerevoli stelle, non mai vedute
prima d'ora e che superano più di dieci volte il numero delle stelle antiche già
note" (Ibid.). Lo scienziato poteva osservare con i propri occhi quanto, fino a
quel momento, era solo frutto di ipotesi controverse. Non si sbaglia chi pensa
che l'animo profondamente credente di Galileo, dinanzi a quella visione, si sia
aperto quasi naturalmente alla preghiera di lode, facendo propri i sentimenti
espressi dal Salmista: "O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo
nome su tutta la terra!... Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la
luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l'uomo perché di lui ti
ricordi, il figlio dell'uomo perché te ne curi? Davvero... gli hai dato potere
sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi" (Sal 8,
1.4-5.7).
Con questa scoperta crebbe nella cultura la
consapevolezza di trovarsi di fronte a un punto cruciale della storia
dell'umanità. La scienza diventava qualcosa di diverso da come gli antichi
l'avevano sempre pensata. Aristotele aveva permesso di giungere alla conoscenza
certa dei fenomeni partendo da principi evidenti e universali; ora Galileo
mostrava concretamente come avvicinare e osservare i fenomeni stessi, per
carpirne le cause segrete. Il metodo deduttivo cedeva il passo a quello
induttivo e apriva la strada alla sperimentazione. Il concetto di scienza durato
per secoli veniva ora a modificarsi, imboccando la strada verso una moderna
concezione del mondo e dell'uomo. Galileo si era addentrato nelle vie
sconosciute dell'universo; egli spalancava la porta per osservarne gli spazi
sempre più immensi. Al di là probabilmente delle sue intenzioni, la scoperta
dello scienziato pisano permetteva anche di risalire indietro nel tempo,
provocando domande circa l'origine stessa del cosmo e facendo emergere che anche
l'universo, uscito dalle mani del Creatore, ha una sua storia; esso "geme e
soffre le doglie del parto" - per usare l'espressione dell'apostolo Paolo -
nella speranza di essere liberato "dalla schiavitù della corruzione per entrare
nella libertà della gloria dei figli di Dio" (Rm 8, 21-22).
Anche oggi l'universo continua a suscitare interrogativi
a cui la semplice osservazione, però, non riesce a dare una risposta
soddisfacente: le sole scienze naturali e fisiche non bastano. L'analisi dei
fenomeni, infatti, se rimane rinchiusa in se stessa rischia di far apparire il
cosmo come un enigma insolubile: la materia possiede un'intelligibilità in
grado di parlare all'intelligenza dell'uomo e indicare una strada che va al di
là del semplice fenomeno. È la lezione di Galileo che conduce a questa
considerazione. Non era, forse, lo scienziato di Pisa a sostenere che Dio ha
scritto il libro della natura nella forma del linguaggio matematico? Eppure, la
matematica è un'invenzione dello spirito umano per comprendere il creato. Ma se
la natura è realmente strutturata con un linguaggio matematico e la matematica
inventata dall'uomo può giungere a comprenderlo, ciò significa che qualcosa di
straordinario si è verificato: la struttura oggettiva dell'universo e la
struttura intellettuale del soggetto umano coincidono, la ragione soggettiva e
la ragione oggettivata nella natura sono identiche. Alla fine, è "una" ragione
che le collega entrambe e che invita a guardare ad un'unica Intelligenza
creatrice (cfr. Benedetto XVI, Discorso ai giovani della Diocesi di Roma, in:
Insegnamenti ii, [2006], 421-422).
Le domande sull'immensità dell'universo, sulla sua
origine e sulla sua fine, come pure sulla sua comprensione, non ammettono una
sola risposta di carattere scientifico. Chi guarda al cosmo, seguendo la lezione
di Galileo, non potrà fermarsi solo a ciò che osserva con il telescopio, dovrà
procedere oltre per interrogarsi circa il senso e il fine a cui tutto il creato
orienta. La filosofia e la teologia, in questa fase, rivestono un ruolo
importante, per spianare il cammino verso ulteriori conoscenze. La filosofia
davanti ai fenomeni e alla bellezza del creato cerca, con il suo ragionamento,
di capire la natura e la finalità ultima del cosmo. La teologia, fondata sulla
Parola rivelata, scruta la bellezza e la saggezza dell'amore di Dio, il quale ha
lasciato le Sue tracce nella natura creata (cfr. San Tommaso d'Aquino, Summa
theologiae, ia. q. 45, a. 6). In questo movimento gnoseologico sono coinvolte
sia la ragione che la fede; entrambe offrono la loro luce. Più la conoscenza
della complessità del cosmo aumenta, maggiormente richiede una pluralità di
strumenti in grado di poterla soddisfare; nessun conflitto all'orizzonte tra le
varie conoscenze scientifiche e quelle filosofiche e teologiche; al contrario,
solo nella misura in cui esse riusciranno ad entrare in dialogo e a scambiarsi
le rispettive competenze saranno in grado di presentare agli uomini di oggi
risultati veramente efficaci.
La scoperta di Galileo è stata una tappa decisiva per la
storia dell'umanità. Da essa, hanno preso avvio altre grandi conquiste, con
l'invenzione di strumenti che rendono prezioso il progresso tecnologico a cui si
è giunti. Dai satelliti che osservano le varie fasi dell'universo, diventato
paradossalmente sempre più piccolo, alle macchine più sofisticate utilizzate
dall'ingegneria biomedica, tutto mostra la grandezza dell'intelletto umano, che,
secondo il comando biblico, è chiamato a "dominare" l'intero creato (cfr. Gen 1,
28), a "coltivarlo" e a "custodirlo" (cfr. Gen 2, 15). Vi è sempre un sottile
rischio, però, sotteso a tante conquiste: che l'uomo confidi solo nella scienza
e dimentichi di innalzare lo sguardo oltre se stesso verso quell'Essere
trascendente, Creatore di tutto, che in Gesù Cristo ha rivelato il suo volto di
Amore. Sono certo che l'interdisciplinarità con cui si svolge questo Congresso
permetterà di cogliere l'importanza di una visione unitaria, frutto di un lavoro
comune per il vero progresso della scienza nella contemplazione del cosmo.
Accompagno volentieri, venerato Fratello, il vostro
impegno accademico, chiedendo al Signore di benedire queste giornate, come pure
la ricerca di ognuno di voi.
Dal Vaticano, 26 novembre 2009
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L'Osservatore Romano