da L'Osservatore Romano, 3 marzo 2010
Una casualità troppo intelligente per essere
casuale
Creazione, complessità ed evoluzione
di Fiorenzo Facchini
Il lungo periodo dei 400.000
anni seguito al Big Bang ha visto interazioni di quark, radiazioni e particelle
che hanno portato alle prime aggregazioni in forma di protoni, neutroni, quindi
di atomi e molecole. Materia ed energia, variamente combinate, formavano la
"zuppa cosmica" in cui si sono formate le prime strutture complesse della
materia. Se n'è parlato nel seminario internazionale organizzato a Bologna
dall'Istituto Veritatis Splendor nel mese scorso, sulla complessità e sullo
specifico umano nella evoluzione della vita.
Con il tempo le relazioni
fra atomi e molecole sono diventate via via più complesse facendo emergere
strutture nuove, nelle condizioni ambientali idonee, fino alla prime forme
viventi. La crescita della complessità ha caratterizzato la fase prebiotica che
non si è ancora riusciti a ricostruire. Si parla di assemblaggi molecolari e
multi molecolari, di autorganizzazione, di fenomeni di autocatalisi. Ovviamente
le modalità non possono essere quelle supposte da Darwin per la formazione delle
specie. Ma il fatto che ancora non si sia ancora riusciti a spiegare o
ricostruire le reazioni chimiche che hanno portato alla/alle cellule primordiali
non è un buon motivo per ricorrere necessariamente a forze esterne alla natura o
a una origine extraterrestre, come pensava Francis H.C. Crick. D'altra parte
l'affermazione che la vita si sia originata per intervento diretto di Dio
esorbita dall'ambito scientifico e non può essere contestata né dimostrata con i
metodi della scienza.
Certo è che la vita ha avuto un inizio sulla terra
e, in seguito, a partire dalle prime molecole di Rna e Dna e dalla loro
replicazione, è venuta avanti dapprima con i viventi unicellulari procarioti
poi, intorno a due miliardi di anni fa, con gli unicellulari eucarioti, forniti
di nucleo. Da allora i rivoli della vita si sono accresciuti portando a viventi
pluricellulari con destini diversi. Cinquecento milioni di anni fa si ritrovano
i lontani antenati dei principali raggruppamenti viventi. Si formano direzioni e
linee evolutive alcune delle quali si arrestano, altre giungono fino ad oggi. Le
trasformazioni dell'ambiente hanno certo condizionato o favorito la
complessificazione della vita, ma sono state necessarie modificazioni di ordine
genetico.
La casualità degli eventi genetici, che è alla base della
teoria darwiniana, ha giocato un ruolo, ma in modo diverso da come si pensava in
passato. I salti morfologici ammessi da Stephen Gould e Niels Eldredge con la
teoria degli equilibri punteggiati potrebbero essere meglio capiti alla luce
degli studi sulle mutazioni dei geni multifunzionali regolatori dello sviluppo,
piuttosto che secondo la gradualità delle variazioni morfologiche supposta da
Darwin. La biologia evolutiva e dello sviluppo ha allargato gli orizzonti. Ma
cosa ha messo in azione i fattori genetici, solo una piccola parte dei quali
favorevoli? La pura casualità delle mutazioni, secondo la sfida del
darwinismo?
Si è visto che strutture simili si formano e si riformano in
linee evolutive diverse. Gli stessi geni regolano strutture o piani
organizzativi che si ripetono e si ritrovano in serie evolutive diverse - a
esempio: la struttura dell'occhio, i geni che controllano i segmenti corporei
negli artropodi, come nei vertebrati. I neodarwinisti sostengono che la
selezione naturale ha operato con i meccanismi del bricolage utilizzando quello
che aveva a disposizione e quindi ha incontrato inevitabili restrizioni a
livello genetico. In ogni caso ci si può domandare se è bastata la pressione
selettiva dell'ambiente. A questo proposito le ricerche sulla eredità
epigenetica suggeriscono una interazione stretta dei geni, nella loro
espressione, con le informazioni fornite dall'ambiente, trasmissibile alla
discendenza senza variazioni nella sequenze del Dna (Jablonka). Un nodo ancora
non risolto è quello dei parallelismi evolutivi. Secondo Conway Morris le
convergenze di caratteristiche che si osservano in varie serie evolutive lontane
geograficamente e nel tempo, evolutesi indipendentemente, fanno pensare
all'emergenza molto probabile, non proprio casuale, di varie proprietà
biologiche. E se vi fossero regole di ordine che non conosciamo? Sotto vari
aspetti si può ritenere che il darwinismo non rappresenti l'ultima parola per
spiegare l'evoluzione.
Non ci sono state solo restrizioni sul piano
genetico, ma anche per le condizioni ambientali che hanno finito per incanalare
le novità genetiche riducendo le possibilità dei cammini evolutivi. Possono
essersi così formate le diverse direzioni e linee che danno l'impressione di un
cespuglio di forme, più che di un albero, o di una rete, caratterizzata da
connessioni, in cui ogni linea ha imboccato la strada possibile.
La
crescita della complessità nei viventi rappresenta un fatto incontrovertibile
nella storia della vita, ma con modalità e risultati finali diversi nei vari
raggruppamenti. È un cammino in parte ancora da decifrare, che si aggiunge alla
crescita della complessità nel campo della fisica e della chimica in cui le
proprietà delle particelle e la condizioni ambientali debbono avere giocato un
ruolo fondamentale, ma di ordine diverso da quello che si ammette per gli esseri
viventi. Si può parlare di qualche tendenza alla complessità nel mondo
inorganico, organico e vivente? Alcuni filosofi, come Bergson, Blondel, Guitton,
in modi diversi, lo ammettono. Teilhard de Chardin parlava di una energia
radiale che porta alla crescita della complessità. Ma non ne abbiamo le prove. A
oggi si può ritenere che una proprietà della materia sia quella di stabilire
relazioni e di realizzare aggregazioni nuove in condizioni ambientali idonee.
Una particolare importanza viene riconosciuta alla cooperazione che si
stabilisce ai vari livelli (molecolare, cellulare, pluricellulare,
popolazionistico) per il successo evolutivo (Novak). La relazionalità e la
cooperazione potrebbero fare emergere e favorire nuove strutture competitive con
l'ambiente, senza che si debba pensare a cause esterne al sistema della natura,
una supposizione che peraltro non potrebbe basarsi sui metodi della scienza.
Possono essere bastate queste proprietà della materia per la
evoluzione?
In una visione evolutiva aperta al trascendente la crescita
della complessità rivela le potenzialità di una creazione che è causa di quello
che esiste, non solo all'origine delle cose, ma nelle proprietà rivelate nel
tempo. Dio realizza le condizioni iniziali, ma è sempre presente, come causa
prima, e opera per mezzo delle cause seconde, i fattori della natura, come
ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica. Dunque una creazione è sviluppata
nel tempo attraverso l'evoluzione della materia e dei viventi.
Resta lo
stupore di fronte all'infinitamente piccolo nelle relazioni a livello
subatomico, atomico, molecolare, nella materia inanimata e più ancora di fronte
alla crescita della complessità che caratterizza la storia della vita. È bello
ammirare il funzionamento perfetto di una molecola di Dna o lo sviluppo del seme
o le funzioni di un cervello. Non è meno affascinante cercare di conoscere e
ricostruire come si siano formate le strutture che ammiriamo.
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L'Osservatore Romano